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Domenica 5 luglio 2009, ho visitato quella che è ritenuta, la più grande fortezza d’europa,
costruita tra il 1730 ed il 1850, si eleva dai 1.200, fino ai 1.800 mt, su di un percorso di circa
3,5 Km, attraverso varie roccaforti unite come da una grande muraglia le une con le altre.
Costruita per difendere i confini del regno di sardegna da una probabile invasione Francese,
in realtà nel corso della sua storia è stata utilizzata quasi esclusivamente come prigione,
doveva sbarrare il passo a chi percorrendo la val Chisone, voleva entrare agevolmente (si fa
per dire) in italia. In questa fortezza perduta tra le alpi Cozie, sulla strada che da Pinerolo
conduce al Sestriere, furono imprigionati illustri uomini politici, cardinali e nobili, Napoleone,
vi aveva imprigionato l'eroico cardinale Pacca e Cavour l'arcivescovo di Torino Fransoni.
Dal 1861 con l’invasione del Regno delle due Sicilie ad opera dei piemontesi, i soldati del
disciolto esercito Borbonico, che, sentendo alto il senso di appartenenza al Regno di Napoli,
al grido di: “uno Dio uno Re”, non vollero tradire, furono deportati a migliaia nella fortezza di
Fenestrelle, ove la quasi totalità perse la vita per le dure condizioni di vita e per l’inclemenza
delle condizioni atmosferiche della zona. Vestiti da divise di tela, i soldati Borbonici non
potevano certo sopportare il rigido clima della zona, domenica 5 luglio 2009, alle 9.00 del
mattino ho dovuto indossare una giacca per il freddo e sulle circostanti montagne c’erano
ancora residui della neve invernale. I corpi dei soldati, che morirono sulle alture di questa
fortezza non sono mai stati ritrovati, si sa però per certo che i piemontesi usavano gettare
nella calce viva i morti, è ancora possibile vedere una di queste buche dove sono stati
ritrovati resti umani disciolti in una fanghiglia non ben definibile, con brandelli di accessori
delle divise borboniche. La storia dei vincitori aveva condannato all’oblio i fieri e fedeli
soldati, vittime di questo genocidio, diverse volte ne avevo avuto menzione dai miei
compatrioti e quest’anno sono riuscito finalmente a raggiungere questo triste luogo. Sin dal
mio arrivo di buon mattino il luogo mi trasmetteva tutta la sua angosciante aria di morte,
fredde pietre che un’attiva associazione ha provveduto a valorizzare negli anni. Attraversato
il ponte levatoio, si arriva nella piazza del san Carlo dove fa mostra di se la chiesetta, all’
interno della quale, il parroco di Fenestrelle ha provveduto a celebrare una messa in memoria
dei nostri defunti. Nel piazzale si può notare la lunga scala che collega l’intera fortezza con
ben 4.000 gradini interamente coperta, la seconda al mondo per numero di gradini. La scala,
collega le varie piazzaforti presenti ai vari livelli. Dopo la santa messa e la benedizione, la
bandiera delle due sicilie ha ricevuto l’omaggio delle armi, di una rappresentanza di figuranti
dell’esercito piemontese. L’ing. Duccio Mallamaci, organizzatore dell’evento, ha pronunciate
un breve e toccante discorso ai presenti auspicando un’Italia dove regni la pace tra le genti,
nel rispetto reciproco dei popoli, successivamente si percorreva il sentiero, fino a raggiungere
le prigioni, dove è stata deposta una corona di alloro presso la lapide che ricorda i militi
prigionieri. La cerimonia mi ha particolarmente toccato, ma stranamente mi sono sentito
come alleggerito da un peso che avevo in me da quando ero venuto a conoscenza di questo
luogo. Sono convinto che ogni duosiciliano dovrebbe visitare questo luogo, e solo dopo
averlo visitato si può capire l’attaccamento degli uomini che qui persero la vita alla loro terra
e al loro Re. Sulla lapide che recita:
“Tra il 1860 e il 1861 vennero segregati nella fortezza di Finestrelle migliaia di soldati
dell’esercito delle due sicilie che si erano rifiutati di rinnegare il Re e l’antica Patria
pochi tornarono a casa i più morirono di stenti i pochi che sanno s’inchinano” ho
attaccato questi miei versi:
Fenestrelle
Fredde celle in fredda terra
chiudere gli occhi alla vita
senza il conforto di un amore
mamme e spose,
vivranno e moriranno
aspettando invano un ritorno
a te, soldato
che non ti sei piegato
forza e onore
io sarò sempre lì al tuo fianco,
per non cancellare il tuo ricordo
e per dar monito alle future genti
che il tuo sacrificio
non sia stato vano.
Carmine Posillipo” ho attaccato questi miei versi:
Fenestrelle.
Fredde celle in fredda terra
chiudere gli occhi alla vita
senza il conforto di un amore
mamme e spose,
vivranno e moriranno
aspettando invano un ritorno
a te, soldato
che non ti sei piegato
forza e onore
io sarò sempre lì al tuo fianco,
per non cancellare il tuo ricordo
e per dar monito alle future genti
che il tuo sacrificio
non sia stato vano.
Carmine Posillipo
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(Carmine posillipo) San Leucio è una frazione di Caserta da cui dista circa tre km. Il nome della località secondo alcuni deriva dal nome di una piccola chiesa longobarda che sorgeva sul monte, dedicata all’omonimo santo. San Leucio, patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, è conosciuta in tutto il mondo perché sede di un’antica manifattura specializzata nella produzione di tessuti pregiati. Ancor oggi, nonostante le più recenti innovazioni tecniche, producono tessuti unici e di particolare pregio artistico, utilizzando le antiche tecniche di lavorazione. La materia prima veniva reperita coltivando in loco, allevamenti di bachi da seta opportunamente selezionati. Fu così che le sete prodotte a San Leucio furono ampiamente utilizzate per gli arredi della Reggia di Caserta e delle altre residenze borboniche ,fino all’annessione italiana.
Le sete di San Leucio sono presenti in tutto il mondo. In Italia si possono ritrovare al Quirinale , nella Città del Vaticano ed in diversi stati esteri, e persino nella sala ovale della Casa Bianca. La bandiera statunitense custodita alla casa bianca e quella inglese di Buckingham Palace sono state realizzate con il prezioso tessuto. Dalle seterie di San Leucio fuoriescono ancor oggi tessuti di grande bellezza e prestigio come damaschi, lampassi, broccati, jacquard.
Nel 1750 i beni degli Acquaviva di Caserta passarono a Carlo III di borbone, da alcuni anni al timone del nuovo regno. L’intento progettuale originario era quello di costituire delle riserve di caccia e di residenze per la casa reale. Ben presto il Re coadiuvato da Bernardo Tanucci e Gaetano Filangieri nello sviluppo della programmazione della sua politica industriale, pensò di creare, già dal 1758, una produzione di sete al real sito di San Leucio.
Così scriveva il re:
…”Pensai allora di rendere quella popolazione utile allo Stato e alle famiglie: utile allo Stato, introducendo una manifattura di sete grezze, operando in seguito, in modo da portarla alla migliore perfezione possibile, tale da poter col tempo servire da modello ad altre più grandi; utile alle famiglie, alleviandole dai pesi che ora soffrono e portandole ad una condizione di agiatezza da non poter piangere miseria come finora è accaduto, togliendosi ogni motivo di lusso con l’uguaglianza e semplicità nel vestire…”.
(dal codice delle leggi leuciano)
La colonia fu progettata dall’architetto Francesco Collecini, impegnato in quel periodo come collaboratore di Vanvitelli nella costruzione della Reggia di Caserta. Al Collecini va, infatti, il merito della ristrutturazione dell’antico castello del belvedere. Fondamentale per la nascita del polo serico fu certamente l’intervento e l’impegno profuso dal giovanissimo Ferdinando che proseguì le opere iniziate e volute dal padre, dopo che quest’ultimo aveva lasciato Napoli per la reggenza del trono spagnolo. La Real colonia fu probabilmente antesignana delle tendenze illuministe e socialiste che da li a poco sarebbero nate in Europa. Nel 1789 per realizzare il sogno di una città possibile Ferdinando formulò apposite leggi che ne regolavano l’organizzazione societaria. Gli abitanti della real colonia godevano di alcuni benefici e privilegi, quali la formazione gratuita in apposite scuole dell’obbligo sia maschili che femminili, il beneficio di una dote elargita dalla corte per le donne che avrebbero sposato un appartenente alla colonia. Gli abitanti della colonia dovevano essere tutti uguali e vestire in modo uniforme.Ad essi erano assegnate abitazioni, che potremmo definire prime ville a schiera, dotate tutte di acqua corrente e servizi igienici, ancora oggi abitate e funzionali. Anche l’orario di lavoro aveva caratteristiche particolari: si lavorava massimo 11 ore giornaliere anziché le 14, come nel resto dell’Europa. Le differenze tra i componenti della comunità erano bandite, le uniche differenziazioni erano attribuite per meritocrazia, gli anziani gli ammalati ed i deboli godevano dell’assistenza statale. La colonia iniziò la propria produzione realizzando nel 1776 veli di seta, successivamente la produzione proseguì con calze di seta. Il progetto di Ferdinando prevedeva inoltre la nascita di una città a pianta circolare da denominare Ferdinandopoli con una piazza nel centro. Il real sito di San Leucio era particolarmente amato da Ferdinando che lo frequentava come sede per espletare la passione della caccia. L’avvento della Repubblica Partenopea a seguito della rivoluzione del 1799, interruppe il sogno di Ferdinando mentre la produzione proseguì anche con il governo di Gioacchino Murat, dal 1808 al 1815. Ferdinandopoli non vide però la luce nemmeno con la successiva restaurazione dei borboni, il sogno di Ferdinando venne accantonato. Con l’invasione piemontese il complesso fu trasferito al demanio e le produzioni furono chiuse ad appannaggio di aziende piemontesi. Dopo alterne vicende la produzione proseguì tramandando fino ai nostri giorni la produzione delle sete.
Oggi le produzioni seriche sopravvivono tra alterne fortune. Molte aziende, però, hanno delocalizzato la produzione, creando sconcerto nelle maestranze dell’opificio con la perdita di centinaia di posti di lavoro. L’accesso al real sito avviene ancor oggi, dal portale, antico accesso alla proprietà feudale degli Acquaviva. Nel complesso della antica fabbrica è stato realizzato il Museo della seta con gli antichi telai comandati da una grande ruota idraulica, mentre un percorso specialistico ci introduce nella riproduzione delle diverse fasi di lavorazione dei tessuti.
È sede della facoltà di Scienze politiche della Seconda Università degli studi di Napoli. Dal 1999 nei mesi estivi si svolge a San Leucio il "Leuciana Festival".
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