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IO, DOMITILLA
di
Maria Rosaria Di Virgilio

 

    Eraclito ha scritto: “si diventa ciò che si è”. Aniello Scotto è diventato ciò che è sempre stato: un artista classico. Ritengo del tutto inutile o fuorviante dover discutere, oggi, la modernità o l’adeguatezza storica di una tale affermazione, dal momento che tutti i linguaggi sono consentiti, tutte le tecniche già sperimentate, come ogni nuova riscoperta già avvenuta. Non intendo accodarmi alle tesi di chi ha scritto che ci sia o ci possa essere una avanguardia della classicità, ma qui si prende atto di un semplice dato, ovvero della credibilità dell’artista e della sua capacità a convincerci. Si può essere, pertanto, un artista “classico” con linguaggi e modi completante diversi. Scotto è tra i più interessanti artisti figurativi che lavorino attualmente sulla scena napoletana. Il suo lavoro si compone spesso in serie, ed i disegni come le incisioni sono parte fondamentale della sua produzione. Studi di figure, di nudi o scene di gruppo, le sue immagini si concentrano sul copro umano e sullo spazio che immediatamente lo circuisce, definendo l’uno e l’altro nell’abbraccio caravaggesco di luce ed ombra. Io, Domitilla è il suo ultimo lavoro, interamente dedicato al pathos di quelle terribili ore in cui la forza distruttiva del Vesuvio spazzò via la vita ai suoi piedi. E’un’ antica storia che vuol essere ancora una volta raccontata. Cosa accadde nel 79 d. c., nella ricca e raffinata cittadina pompeiana, intrisa fin nelle fondamenta di cultura ellenistica, è cosa stranota. Ma porsi, ancor oggi, in ascolto dell’eco di quella tragedia è possibile solo a patto di un’invenzione completamente nuova ed originale, irresistibile sul piano del richiamo evocativo. Immaginare, ritentandone la visione, è come rivedere nel delirio, solo apparentemente onirico, gli sprazzi del reale, quando gli attimi eterni in cui si dilatò il tempo della distruzione totale, erano giunti al limite estremo tra la vita e la morte. In questo preciso intervallo, sospeso nella dialettica tra Eros e Thànatos, si colloca l’operazione estetica che compie l’artista. Un’intensa percezione degli ultimi orgasmi dell’Eros; il palpito cardiaco e lo spasmo muscolare dei corpi contorti che si avvinghiano nella disperata ricerca di una salvezza; ma anche la corsa precipitosa, il puro terrore, l’ultima Oratio Deis ed infine… il grido morituro della vita. Aniello Scotto ci aveva già mostrato le sue doti di demiurgo con quella sua capacità di riaccendere la scintilla della vita, senza però ripeterla pedissequamente, quando riportò sul piedistallo della visione estetica la maschera, fin troppo abusata, di Pulcinella. Ma allora come ora, l’accadere fenomenologico delle immagini da lui create sono il risultato di uno scandaglio profondo della icona del soggetto prescelto, riconvertito nel lirismo di una visione in dissolvenza. Sprofondando al di sotto della coltre di ceneri e lapilli, riattraversiamo i resti spenti della città fantasma, catturati dal potere di queste immagini, come affetti dalla Sindrome di Stendhal. Domitilla, la bella meretrix, musa ispiratrice e nostra guida per le vie lastricate ed ancora brulicanti di vita e di piaceri, è la fiera reincarnazione di un calco, contorno vuoto di un’esistenza. Figura sensualissima, scaturita dall’immaginazione dell’artista, tanto vera da risucchiare lo sguardo di chi l’ammira. La suggestione è fortissima, l’impressione tremenda. Vie affollate, matrone, vecchi e giovani amorini, scorci di atri e tablini, portici e stanze dove si consumano incontri di amanti eccitati. Ed ancora arene, gladiatori, porti e navi, fotogrammi di una vita quotidiana che scorre lungo le sette porte di Pompei, ignara dell’imminente ed avversa sorte. Il ciclo pittorico “neo pompeiano” si snoda seguendo il filo di una narrazione ben articolata, mai in senso prettamente cronologico o documentaristico. La lenta scansione degli ultimi tre giorni di giovinezza e di amore che precedettero la lunga notte di Domitilla (e con lei di tutti i pompeiani) costituisce per l’osservatore una continua ed irresistibile suggestione. Le immagini fulminee ed impalpabili di quei giorni riemergono dal caos delle emozioni violente, al limite tra la pulsione di vita e quella di morte, ma sempre controllate dallo studio armonico della composizione visiva. Esse ci riappaiono, più vive, in una serrata successione spazio-temporale, che spesso confonde i piani di rappresentazione come in un lunga sequenza da sogno. L’artista infonde vigore luministico e piena carnalità alle figure scaturite dalla sua ossessiva immaginazione che, seppure ispirata ai soggetti del patrimonio pittorico dei Quattro stili pompeiani e alla statuaria classicista, non può che affermare la piena autonomia di segno. Sicuro di una tecnica che padroneggia senza pari, Scotto rende turgidi i corpi sanguigni dei passanti nella splendida serie dei disegni su carta, come nella affastellata ricostruzione di un vivido ricordo che non vuole perdersi, che non rinuncia a svanire, privo com’è di testimoni. E persino Plinio, per quella rovina, invoca la mano dell’artista, ultimo tra gli Dei. Si odono voci sussurrate tra la folla nelle strade o al mercato; si fissano nella memoria ritratti di splenditi soggetti come il giovane Bacco con amorino, le seducenti figure di donne bardate di veli e monili; quei corpi seminudi che ci rimandano alle alcove segrete, dove la musica del piacere risuona attraverso echi di sospiri ed orge. Ma il procedere lento e austero dei duoviri e decurioni, come anime vaganti di un purgatorio, che dantescamente precede l’inferno che verrà….. è già un preludio della distruzione. Nella serie delle incisioni, attraverso la decostruzione e ricostruzione dei momenti di vita ordinaria, già al limite dello straordinario costituito dall’approssimarsi di una forza deflagrante, le atmosfere sabbiose e rarefatte avvolgono sagome indefinite, accostate in ammassi di carni e sangue, avviluppati nell’abbraccio della nube incandescente. Negli olii, invece, dove più precipitosa si fa la narrazione, è la luce a farsi varco nell’oscurità della notte, che piomba alle prime luci….. in quel mattino del 24 agosto del 79 d.c. Rovine di capitelli, resti di architravi in 62 d .c., lasciati come testimoni immobili del terribile terremoto. Interni stracolmi di oggetti attendono silenziosi, in Hodie, l’inevitabile scatenarsi della furia del vulcano. Pallidi sguazzi, bagliori accecanti risalgono come sussurri di poetessa, dalla oscurità profonda di Saffo. Dorsi e corpi, avvinti dagli ultimi spasmi del piacere in Aphroditae temporis, si sciolgono nell’incendio della terribile notte. Mentre misteriosi presagi si incrociano in Signum e Sibilla. Sensazioni di asfissia nei cieli bruni e nuvolosi, premono sui corpi degli ultimi spettatori: l’aria si fa pesante. Un vecchio rivolge il suo sguardo in alto. Principium: è l’inizio. La gamma dei rossi esplode, l’impeto emozionale cresce: Primus Focus, Incendium, Praeficae. La teoria delle donne piangenti, la fuga precipitosa, il puro terrore. La nube oscura gli astri e l’ultimo poeta, Plinio, cinto il capo d’alloro, vede l’universo piombare “…nell’oscurità eterna per sempre…” E quando avanza la trasmutazione dei corpi in indurite patine metalliche, un giovane viso di donna, Citharoeda, vaga malinconica come un fantasma nella lunga notte. E l’ultimo gladiatore nell’arena impugna le sue armi, contro un nemico che non potrà vincere.
Maria Rosaria Di Virgilio